27 Feb 2016

Il graffio del long playing

Filed under Argomenti vari

Seduto nella panchina della stazione, da uno sguardo al biglietto, l’orario di partenza, l’arrivo. Lo rigira in continuazione, in realtà il suo sguardo va altrove. Il tempo ci sarebbe, anche per un caffè. Ma non ha voglia di alzarsi e fare quei pochi passi verso il bar della stazione. Guarda i passanti, tutti con una grande fretta, o verso i binari, o a ritroso verso l’uscita. Hanno uno sguardo perso nelle loro storie, si capisce che quello è un posto di passaggio, non ci si può appassionare a quei luoghi. La testa dei passanti è immersa altrove. Si è portato un libro che contava di terminare quella giornata che si profilava noiosa ed oziosa, forse riuscirà a terminarlo sul treno. Chi parte o ha affrontato viaggi lo sa, cosa ti passa per la testa. Il vociare di una scolaresca sempre più chiassosa arriva da una stradina laterale per sparire dentro la stazione, una coppia di giovani fidanziati che discutono animatamente,
lei non vuole che lui parta, ha paura che la lasci nonostante le sue continue raccomandazioni, appena giunge in direzione della panchina dove lui è seduto lascia cadere un giornale piegato e stropiciato; lui non capisce perchè non l’ha buttato nel cestino, magari l’ha fatto a posta per consentirgli di leggerlo. Lo apre, lo sfoglia distrattamente e velocemente, fra le consuete notizie di cronaca, i continui allarmismi sulla sicurezza che infestano i mass media. Nella pagina culturale la notizia della morte del chitarrista degli Eagles. … “pensa un po’ come funziona la memoria”, dice tra se. Si ricorda quando da ragazzo aveva atteso l’uscita del disco in vinile Hotel California. L’aveva prenotato nel negozio del capoluogo, atteso l’arrivo per due settimane. Diede l’incarico al noleggiatore che si recava quotidianamente in città e parcheggiava nella piazza vicina al negozio di dischi dove scendevano i passeggeri che avrebbe ripreso in tarda mattinata dopo aver svolto i vari incarichi e commissioni. Dopo pranzo il L.P. era nelle sue mani, con tutta calma aveva tolto il cellophane che ricopriva la copertina, estratto il vinile e messo subito nel piatto. Tutto perfetto, emozionante. Non stava nella pelle. La seconda traccia, New Kid in Town, però, saltava, dannazione!, proprio nella strofa dove canta “…johnny-come-lately, the new kid in town,everybody loves you, so don’t let them down …” . Lui he era un precisino, che detestava i graffietti sul disco figuriamoci il solco, con una calma olimpionica tolse il disco dal piatto giurando di correre in città e farla pagare al negoziante truffaldino, era su tutte le furie. Ripresosi dall’ira pensò che il negoziante non l’avrebbe sostituito con una copia senza difetti, già, il L.P. era incellofanato. Facendo di necessità virtù pose una monetina da 10 lire sopra il bracetto della testina e si gustò il disco per tutta la giornata. Quel disco dopo innumerevoli ascolti fu messo da parte insieme a tanti altri ricchi di graffi per l’usura. Ricorda, ora, che l’avrebbe venduto insieme ad altri tanti anni dopo per recuperare qualche banconota, servivano dei contanti per pagare la pigione della stanza, anche questi erano ricordi poco piacevoli che aveva cercato invano di cancellare. I ricordi non ti lasciano, vengono solo accantonati, lasciati in pace, sono loro che ti chiamano e ti assalgono quando meno te l’aspetti. I ricordi, anche i peggiori, servono per darti la certezza che i fatti sono accaduti e che, in un modo o nell’altro, anche se ti hanno lasciato un segno, hai superato le difficoltà, o che hai cambiato pagina. anche perchè a cosa servirebbero se non come monito, almeno quelli negativi. Ed ora col suo bagaglio di ricordi è lì, nella panchina, in attesa della partenza che si avvicina inesorabilmente. Per affrontare un altro viaggio. Non sa cosa lo aspetta. Sa che è necessario. Ha cercato per anni quel qualcosa che gli avrebbe consentito una vita migliore. Al bivio delle due scelte aveva scelto sempre, a suo dire, l’opzione peggiore. Stavolta, forse, no. Almeno, stavolta, aveva deciso che qualsiasi cosa sarebbe stato il meglio.

«Gli uomini», disse il piccolo principe,«si imbucano nei rapidi, ma non sanno più che cosa cercano. Allora si agitano, e girano intorno a se stessi…» (Il Piccolo Principe – Antoine De Saint Exupery)

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21 Nov 2015

Stop al panico – fermiamo i muri

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Il muro di Berlino è rimasto per 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989. Per mezzo secolo i mass media hanno parlato e continuano a parlare di questo muro, spaccandoci le palle su quella mostruosità. Quindi il muro di Berlino fa parte del passato. Buttato giù, chiuso.
Oggi. L’Ungheria vuole alzare un muro anti-migranti, così vorrebbero fare gli altri Paesi quali la Polonia l’Ucraina e magari la Francia l’Italia ecc. ecc.. A questo aggiungiamo quella mostruosità che Israele ha costruito in Palestina a partire dalla primavera del 2002. Tutto in funzione della parolina magica “sicurezza”.

Oggi. L’Ungheria vuole alzare un muro anti-migranti, così vorrebbero fare gli altri Paesi quali la Polonia l’Ucraina e magari la Francia l’Italia ecc. ecc.. A questo aggiungiamo quella mostruosità che Israele ha costruito in Palestina a partire dalla primavera del 2002. Tutto in funzione della parolina magica “sicurezza”.
I signori della guerra (l’Occidente) armano l’Oriente per tenerci in uno stato di allerta permanente e, con quella parolina magica, stanno riducendo i nostri diritti. Tu sei convinto che chiudendoti il “nemico” non arriva e starà fuori dal tuo recinto. Sbagli! Il nemico è in casa ed alimenta la tua paura. Intanto vende armi a chi “minaccia” la tua sicurezza. Ma tu sei una brava persona e ti barrichi dentro, tanto tutto il resto non conta, fuori il resto non conta.

<<Quante brave persone, tutte bene vestite, tutte bene educate, timorate di Dio, …. Quante brave persone
Quante brave persone, nelle loro casette, con le belle famiglie, tutte bene ordinate, tutto il resto non conta, fuori il resto non conta, … Quante brave persone
Quante brave persone, che poi arrivano a casa, e chiudono bene la porta, e si barricano dentro, fuori il resto non conta, tutto il resto non conta
le notizie da fuori, le ricevono solo, attraverso i canali, del modello 38 a colori (Quante brave persone – E. Bennato)>>

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14 Dic 2013

Sentiero (Jack Hirschman)

 

Morixeddu

Bai a su coru tuu arrogau

Chi pentzas de no ndi tènniri unu, cuberadiddu

Po ti ddu cuberai, siast ìnnidu.

Impara sa sinceridadi de intentzioni  lassendi

Imbucai sa vida, puita no podis, deveras,

fai in atra manera.

Puru candu circas de ti fuiri, lassa chi

t’aciappit

e t’orròghit

a cumenti lìtera mandada

che una sentèntzia de car’’e intrus

chi as abetau totu sa vida

mancai no apast fattu nudda.

Lassa chi ti ndi màndidi.

Lassa chi t’orroghit, coru.

Su de tènniri su coru arrogau est s’inghitzu

de dònnia acòlliu veru.

S’origa ‘e s’umiltadi ascurtat inantis is cancellus.

Intendis is manus tuas a costau,

s’ucca tua chi s’operit cumenti sa natura

Faendi nàsciri sa boxi tua de primìtzius.

Bai cantendi e bolendi in sa gloria

De èssiri incantamentu sémplici.

Iscrii sa poesia.

(Jack Hirschman – 2003)

Sentiero

Vai al tuo cuore infranto.
Se pensi di non averne uno, procuratelo.
Per procurartelo, sii sincero.
Impara la sincerità di intenti lasciando
entrare la vita, perché non puoi, davvero,
fare altrimenti.
Anche mentre cerchi di scappare, lascia che ti prenda
e ti laceri
come una lettera spedita
come una sentenza all’interno
che hai aspettato per tutta la vita
anche se non hai commesso nulla.
Lascia che ti spedisca.
Lascia che ti infranga, cuore.
L’avere il cuore infranto è l’inizio
di ogni vera accoglienza.
L’orecchio dell’umiltà ascolta oltre i cancelli.
Vedi i cancelli che si aprono.
Senti le tue mani sui tuoi fianchi,
la tua bocca che si apre come un utero
dando alla vita la tua voce per la prima volta.
Vai cantando volteggiando nella gloria
di essere estaticamente semplice.
Scrivi la poesia.

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14 Dic 2013

Frank Zappa. Morto da 4 lustri.

Filed under frank zappa,Musica,Rock

Frank Vincent Zappa, poco tempo prima di morire (il 4 dicembre 1993), si esprimeva con un aforisma che scavava un solco profondo fra lui, musicista con la m maiuscola, e gli altri, i giornalisti musicali. « Gli articoli dei giornalisti di musica rock sono scritti da gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere »(“Ben Watson interviews Frank Zappa”, in Mojo magazine (ottobre 1993)). Lui che è stato musicista, cantautore, compositore, direttore d’orchestra, regista, attore e produttore cinematografico; Lui un eclettico, un genio musicale del ’900, che ha sapientemente inventato e giocato con tutti i generi musicali. Tanto da non riuscire ad imbrigliarsi, con buona pace dei giornalisti musicali, nell’alveo di uno specifico genere musicale.

Dopo aver letto questo aforisma, per me estremamente vero e corretto, anche per chi voleva diventare giornalista musicale, è arduo dargli torto. Per questo, visto che cammino coi piedi per terra, benché l’idea di scrivere di musica mi abbia sempre intrigato e stimolato, mi sono posto l’obiettivo di non diventare, mai, giornalista musicale. Mi basta appena scriverne e esternare le mie emozioni, sensazioni, gusti. Tutto qui.

Giusto di recente, visto che ricorreva il ventennale dalla sua morte, mi è capitato di scovare in rete un articolo su Frank Zappa “il ricordo in 40 cover-album”.
Mi è venuta subito voglia di riascoltare tutta la sua sterminata discografia. Da Freak Out!,il suo primo album che a distanza di anni ha la capacità di tenermi, ancora oggi, non più ragazzo, avviluppato in questo caleidoscopio sonoro. Fino a “The Yellow Shark” pubblicato nel fatale 1993 con la track “Be-Bop Tango”, da far storcere il naso anche ad un tanguero scafato, visto che, a dispetto del titolo, poco ha di quel genere. A Frank piaceva scherzare di tutto e con tutto. Attirandosi spesso feroci critiche da parte di chi non capiva, o non si sforzava di capire, il suo estro anarcoide e la sua genialità. Sempre a proposito di aforismi, giusto per citarne un altro ad hoc, per farci capire il suo rapporto dicotomico amore/odio con tutto ciò che era tecnologia,  Frank Zappa disse a proposito del computer e della tecnologia informatica :“Il computer non è in grado di trasmettervi il lato emozionale della questione. Può fornirvi la matematica, ma non le sopracciglia.” The computer can’t tell you the emotional story. It can give you the exact mathematical design, but what’s missing is the eyebrows.). Frank Zappa era anche questo. Ma ovviamente stiamo parlando di vent’anni fa. Non so oggi sarebbe sfuggito al fascino dell’hi-tech.
Saludos

Image

 

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link http://carbonaridellaparola.blogspot.it/

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26 Giu 2013

Parlo al vento (I talk to the wind) – King Crimson

Filed under Musica,traduzioni

Allego a su bentu

S’òmine bonu abiat narau a su mortu
Inube ses istètiu?
Soe istètiu inoghe e incue
E soe istètiu in mesu

Allego a su bentu
Sas paràgulas meas las trazan a fora
Allego a su bentu
Su bentu no intendet
Su bentu no podet intènder

Soe inforas ampaniande aintros
Ite bio?
Meda cubisione, disillusione
Affùrriu e mene

No mi trubas
No m’ispantas
Faghes petzi una cosa, m’infadas
No mi podes imparare o inditare
Petzi mi faghes perder tempus

Allego a su bentu
Sas paràgulas meas las trazan a fora
Allego a su bentu
Su bentu no intendet
Su bentu no podet intènder

<<I talk to the wind – King Crimson

Said the straight man to the late man
Where have you been
I’ve been here and I’ve been there
And I’ve been in between.

I talk to the wind
My words are all carried away
I talk to the wind
The wind does not hear
The wind cannot hear.

I’m on the outside looking inside
What do I see
Much confusion, disillusion
All around me.

You don’t possess me
Don’t impress me
Just upset my mind
Can’t instruct me or conduct me
Just use up my time.

I talk to the wind
My words are all carried away
I talk to the wind
The wind does not hear
The wind cannot hear>>

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23 Ott 2010

Filed under Argomenti vari,Società

Io mi voglio pastore … Duos frades pastores

 ”Intro ego puru in sa mandra a mùrghere?”
li narat a su frade.
“Eya, comente fagher giae l’ischis, no ti lu ses ismentigau, o nono?
Li rispundet.
Ambos duos errighen!
unu fut arrumbau chin su babbu dae cando fut minoreddu. S’àteru, frade suo prus  minore, abiat istudiau ca depiat diventare dutore. Cun sa làurea in buzaca sas  suplèntzias dae sùbito furin belle che nudda. Mancu su tantu de ponner benzina a sa màchina e mandicare, figùradi po àteru. Carchi mese apustis si che fut andau in continente a triballare in d’una fàbrica comente operàiu. Tempos malos de abolotos e manifestassiones po paga prus arta e àteros deretos chi, a bellu a bellu, si che furin imminoriande, ca su  mere teniat santos in corte, in su gubèrnu. Trìbulos e problemas belle cada die. Tandos ponende in mente a un amigu connotu in tzitade si che fut tramudau in àtera tzitade po triballare in su matessi mestieri. Semper chin su pede in sa graduatoria de mastru l’abian mutiu a un’iscola. Annos de mastru fatos cun gana e ispìritu. Como b’est unu gubernu sìmile a s’àteru de cando fut operàiu. Narat ca bi sunis tropu mastros bidellos e impiegaos. Postos segaos a serritos, issu  chene triballare dae paritzos meses. Iscandulau dae sos zornales amigos de su gubernu e de sos capos mannos industriales.  Sa bella ca fut s’orgòlliu de sa famìlia. Su babbu fut prus cuntentu de issu chi no de s’àteru frade, in su pastoriu dae minore. Cust’annu est arrumbau chene triballu, bulluzos manifestassiones tribulos, buzaca  bòdia e ispiantau, pagande s’afitu e piscande de su contu postale, imminoriandesi die pro die. Sa cumpanza, issa puru chene triballu, si ch’est torrada a domo sua lassàndelu che brocu in su muru.
Est torrau a bidda. Sa zente, a sa prima, no crediat ca issu si cheriat pastore. Eya si cheriat pastore che su frade, che su babbu e su mannoi. Un ereu de pastoriu. Issu fut pastore in s’ànimu. Dutore proite su babbu cheriat goi.
Como murghet cuntentu.
“Versande ses” li dimandat a su frade mannu. “Nono, prus nudda a caseifìtziu” li narat, iscapande una berbeghe murta, e badiandelu bene in cara. “No nos cumbenit prus. Unu litru nos lu pagan prus pagu meda de unu litru de aba. Ti l’imàzinas, s’àntana no cheret mancu murta o iscapada a paschere. E gai est cumente narat sa comunidade europea. Naran ca su prèssiu est tropu artu e cheret a l’abassare. Menzus a lu fagher a casu”
“Menzus” rispundet su frade, dutore. Errighende.
Apo intesu ca si sighit goi amus a fagher trìbulu mannu. Amus a bider. In atonzu. amus a bider”
Errighen ambos duos e sighin a cassare erbeghes pro mùrghere.
Issu, pensat, si cheret pastore. “Io mi voglio pastore”


(la traduzione non mi viene bene, l’ho pensata in limba)
 
Io mi voglio pastore

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07 Ott 2010

Vita quotidiana a Mas-Oneh’ Branhu

Dalla finestra della stanza, rivolta a sud est, con gli sportelli in legno, filtrano immagini a lui care. Un pezzo del pergolato da cui si intravvedono, penzolanti, grappoli di uva nera, maturi, pronti per essere colti. Certo questa non è stata una buona annata, sono bastate poche gocce d’acqua di un pomeriggio ferragostano a rovinare l’uva. Le immagini, dalla finestra, non arrivano ancora nitide, poiché sono ancora i primi momenti dell’alba. Bastava uscire, mettere proprio li sotto una scala a libro ed avrebbe agevolmente assaporato il gusto di quell’uva di cui, fin da bambino, andava ghiotto. Ma non lo fece, approfittò ancora di quel silenzio, almeno apparente, per ricordare i momenti belli, felici, a volte festanti, in compagnia dei suoi cari. Ricordare i giorni estivi mentre si recava col padre in campagna, verso l’ovile, dove si trovava il gregge. Accudire il bestiame rinchiuso in un piccolo tancato e tutte le altre operazioni consuete, abituali, che seguono il ciclo biologico delle pecore, delle loro abitudini. Ricordava il sonno durante tutto il viaggio dalla casa di Mas-Oneh’ Branhu, in prossimità della figura antropomorfa di pietra, sonno che lo intorpidiva e talvolta gli faceva mettere il piede in fallo, con grande ilarità del padre che lo riprendeva amorevolmente, fino all’ovile , un torpore che scompariva all’ingresso del cortile perimetrale della casa, con a fianco la stalla. Una costruzione colorata con calce, bianca, con il tetto ricoperto di tegole cotte nel forno di Mastru Antoni, il miglior artigiano di Mas-Oneh’ Branhu. Ricorda che, allora, preferiva stare a letto, come facevano i suoi coetanei, ma poi, dopo lo spuntare del sole, dimenticava tutto e si immergeva contento nella natura, come un agnellino curioso del mondo circostante, cuntentu che anzoneddu. Al ritorno pensava, passo dopo passo con la fatica su tutto il corpo, al momento in cui sarebbe tornato a casa per raccontare alla madre cosa era accaduto durante la giornata. Certo le giornate non erano sempre rilassanti, accadeva di doversi occupare in faccende faticose, ma tutto era messo in conto perché al rientro si sarebbe riposato, steso sul suo lettino in compagnia della radio a transistors che gracchiava. Accadeva di sintonizzarsi sulle radio che allora si definivano “libere”. Certo i movimenti musicali cosiddetti alternativi erano al loro apice. Lui immagazzinava a memoria nomi gruppi testi “stranieri” un po’ pasticciati, anche perché gli importava la melodia e non il significato. Solo più tardi, da grande, ne avrebbe compreso il senso, il significato, direttamente da quei luoghi dove era dovuto partire, inizialmente come lavapiatti, da un compare dello zio che gestiva un ristorante in una città portuale britannica, che più tardi, alcuni mesi dopo, lasciò per lavorare in un’impresa edile.
In autunno riaprivano le scuole e lui doveva diradare le presenze in campagna perché, così gli diceva il padre, “devi studiare, prenderti un titolo, ma sopratutto non fare questa vita, piena di sacrifici e avara di guadagni, praticamente nelle mani delle industrie casearie che impongono il prezzo e spesso tardano a pagare, e poco”.
Dal piovoso britannico nord dove si era trasferito da anni, dopo i primi fallimenti all’università, sentiva di rado i suoi. Nei discorsi, oltre i convenevoli e le notizie su parenti e compaesani venuti a mancare, qualcosa sulla loro salute, si parlava anche della vita in campagna, ma anche della impossibilità di tirare avanti soprattutto dopo gli accordi europei su quote latte, mungitrici da installare e quant’altro che avevano prodotto solo debiti e cambiali da saldare a cadenze fisse. Raramente tornava dai suoi, ma tornava. Non accettava l’idea di dover tagliare, recidere, le proprie radici. In troppi l’avevano fatto. Rammenta che, da bambino, chi parlava “in sardu” era oggetto di scherno, di risa. Roba da provinciali. Preferivano parlare la lingua dei Savoia (zenia de porcos!). Oggi è quasi di moda recuperare tutto ciò che è “antico”, ancestrale, folklorico. Ma è un’altra cosa. Le tue origini te le senti dentro, in sa vena prus profunda, non te lo puoi imporre. E’ l’essenza di te stesso. Gai si ch’est andau tenende in conca semper presente dae ube benis e de chie ses.
E’ tornato anche stavolta,  “… che erbeghe a cuile, che abe a su moju, che puzone a su nidu…”, dopo mesi di nebbia e maltempo, che ti penetrano nelle ossa. In rete aveva seguito le notizie di un gruppo di allevatori che, giorno dopo giorno, conquistavano le prime pagine dei giornali. Roba da non credere, i pastori terribilmente, inguaribilmente individualisti, si aggregano per … protestare.
Ora è giorno, di fronte si vede, nitido, il contorno della figura antropomorfa, vicino all’esedra. Si alza, si infila le scarpe, sos cosinzos, i pantaloni di velluto nero, una maglietta polo nera. Gli pare di tornare ragazzino. Anzi, pensa, è ancora ragazzo, ciò che è accaduto est unu bisu, non si è mai staccato da quei luoghi, ciò che ha appena pensato, visto, sognato, appartiene, forse ad un altro lui. Anzi è proprio la storia di un altro, di tanti altri che sono dovuti andare via. Lui invece è rimasto, saldo, solido, alle sue radici. In mezzo alla furia iconoclasta che inghiotte ciò che non è al passo coi tempi. E’ rimasto e non ha mai comprato una mungitrice, non si è piegato, prostrato, ai voleri degli industriali del latte. No. Altri l’hanno fatto seguendo le sirene del modernismo. Oggi, questi, sono indebitati fino al collo, stritolati da normative imposte dall’oltralpe.
Intanto è chino a mungere le sue pecore. Domani, forse, andrà a protestare con gli altri. Domani. Ora si gusta questa particella di spazio.

 

“Ogni particella di spazio è eterno, ogni indivisibile momento di durata è dappertutto”(Newton)

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/01/19/vita_quotidiana_1729196-shtml/

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/02/09/vita_quotidiana_2_1729225-shtml/

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/02/23/vita_quotidiana_3_1729242-shtml/
 

 quadro di Ida Krot

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03 Ago 2010

Il sogno

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Steso sulla strada ghiaiosa con la testa riversa all’indietro, verso la cunetta, sopra ciuffi d’erba rinsecchiti e fiori sbiaditi, di campo, potrebbe essere primavera inoltrata, oppure il termine dell’estate, verso l’autunno. Un rivolo di sangue quasi aggrumato nell’angolo della sua bocca. Camicia bianca senza colletto fuori dai pantaloni, un lembo ancora infilata fra i calzoni di velluto millerighe nero, coi risvoltini nelle tasche anteriori, scarpe di pelle scurite dalle ungiture di grasso, per renderle repellenti all’acqua. Il braccio destro sotto il corpo, spunta, appena, la mano. L’altro braccio steso, lungo, in avanti. Un libro nella mano sinistra, stretto fra il pollice e l’indice e le altre dita chiuse. Il libro è aperto a pagina 37, il vento apre e chiude le successive a seconda delle folate. A seconda del vento, un leggero maestralino alternato da scirocco, fa intravedere l’inizio di un capitolo, quanto meno lo si capisce perchè la scrittura si intravede a metà pagina, mentre nella precedente, a sinistra, in alto si scorgono appena due righe. Il suo corpo, quello di chi stiamo descrivendo, pare senza vita, forse lo è, oppure egli è solo svenuto, magari in seguito ad una caduta. Capelli corti che contornano un’ampia stempiatura; la faccia sporca di fango, forse in seguito alla caduta. Che sia vivo non si sa, la descrizione ci serve solo per cominciare una storia, che probabilmente non avrà una fine, perchè questa è una storia di tanti che può accadere, che è già accaduta. Una storia che può essere alla fine o all’inizio di una serie di accadimenti. Tutto quì. Chissà, perchè la storia, la sua, o forse quella di tanti, ma anche di chi ora l’ha digitata, è inserita, racchiusa, impressa in quel libro. Che ha scritto lui, forse in parte, magari con frammenti di vita raccontati da altri, che coincidono con parti, o frammenti della sua vita, della sua storia. Qualcuno ritiene di averla sentita raccontare, ma in sogno da un suo lontano parente, che gli raccontava di un tale che girava con un libro, tascabile, con copertina nera come quei taccuini di viaggio, in cui si annotano appunti indirizzi o impressioni. Bene questo qualcuno pareva che leggesse il libro, mentre ne declamava il contenuto quasi fosse poesia, a rime sciolte, con l’aria assorta e impegnata nella mimica e nel tono della voce, per dare sacralità e impressionare l’ascoltatore. Mano a mano che racconta apre il libro a caso, guarda una pagina, inclina appena il capo, si porta l’indice e il pollice della mano destra verso gli occhi chiusi, all’attaccatura superiore del naso e con movimento rotatorio si tocca le palpebre e sospira, prima di ricominciare il racconto. Dopo ogni storia, racconto o pezzo di esso, l’ascoltatore non rammenta i pezzi precedenti, in quanto intento a riflettere sulle coincidenze fra la storia e la sua , quella della sua vita, a volte pezzi del racconto sembrano tratti da un suo sogno ricorrente, che per certi versi vorrebbe fosse realtà, altre volte invece si sveglia bruscamente sudato e impaurito. Ebbene in uno di questi sogni, l’ascoltatore l’ha visto, ora lo ricorda, un tale che aveva stretto fra le dita un libro con la copertina scura, in cerca di uditori, di persone interessate a conoscere la storia di non si sa bene chi. Quindi torniamo all’inizio di questa breve storia, che potrebbe essere anche il mezzo, ma ovviamente anche prossima alla sua fine. Si narra, in essa, di un tale che ramingo nelle terre lontane, cercava di fare ritorno a casa, nella “Terra in mezzo al grande mare tondo”. Già proprio lì, quella terra che aveva dovuto abbandonare per motivi che orai non ricordava più, aveva un pezzo di terra, con tanti ulivi e piante da frutto, intorno, a chiusura del tancato siepi di lentischio e fichi d’india, nella parte a nord chiusa da un costone roccioso a forma antropomorfa. Quella forma dall’aspetto imponente guardava a valle e pareva fosse posta a guardia del circostante e che nulla gli sfuggisse. Bene, dicevo, voleva tornare li, a ritrovare se stesso, magari nelle giornate di fine estate, nel turbinio del maestrale. Stava tornando. Decise di fermarsi in un paese, manco a dirlo nel mezzo della festa del paese, Sa Festa Manna. Lì viene scambiato per Bainzu che mancava da anni e che era il miglior corridore del paese, suscitando spesso l’invidia dei suoi coetanei. Il giorno, proprio quello della corsa, de Sa Carrela, quel tale è lì. Monta un puro sauro anglo arabo sardo, glielo ha portato uno che dice di essere suo cugino  e che lo saluta contento con le lacrime agli occhi. Comincia la corsa, i cavalli sono nervosi, si sentono spari delle doppiette, si corre nella polvere che tutto avvolge e tutti avvolge, si spronano i cavalli si urla si incita, si spara. Il tale cade, disarcionato, stretto fra la ressa dei cavalli in corsa.
Il giorno non potrà tornare al suo pezzo di terra, forse non potrà più, forse ha battuto violentemente e fatalmente il capo per terra, forse. Magari è stato colpito da chi credeva fosse uno di quelli della faida che insanguina il paese da duecento anni. Chissà. Intanto è a terra, con il libro fra le dita, quel libro che nessuno si è accorto portasse durante la corsa. Ha un’aria assorta quasi sognante, forse sogna di tornare nella sua terra, o forse sogna questa storia da raccontare per stimolare racconti o altri frammenti di altre storie, che sono parte della nostra storia che a poco a poco dimentichiamo. Questo ho sognato, mi diceva un amico mentre tornavamo a casa dopo un lungo viaggio alla ricerca di noi stessi. Un viaggio che, quasi, ci faceva dimenticare chi eravamo e quali erano le nostre radici. E meno male che c’è ancora qualcuno che sogna.

“Il sogno di uno è parte della memoria di tutti” (Jorge Luis Borges)

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10 Gen 2010

Siamo tutti illegali, siamo tutti immigrati

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Ai fratelli diseredati di Rosarno.

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12 Dic 2009

40 anni fa…la strage di Piazza Fontana

Filed under Primo piano

40 anni fa…la strage di Piazza Fontana

Verità e giustizia per Piazza Fontana

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