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27 Feb 2016

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Il graffio del long playing

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Seduto nella panchina della stazione, da uno sguardo al biglietto, l’orario di partenza, l’arrivo. Lo rigira in continuazione, in realtà il suo sguardo va altrove. Il tempo ci sarebbe, anche per un caffè. Ma non ha voglia di alzarsi e fare quei pochi passi verso il bar della stazione. Guarda i passanti, tutti con una grande fretta, o verso i binari, o a ritroso verso l’uscita. Hanno uno sguardo perso nelle loro storie, si capisce che quello è un posto di passaggio, non ci si può appassionare a quei luoghi. La testa dei passanti è immersa altrove. Si è portato un libro che contava di terminare quella giornata che si profilava noiosa ed oziosa, forse riuscirà a terminarlo sul treno. Chi parte o ha affrontato viaggi lo sa, cosa ti passa per la testa. Il vociare di una scolaresca sempre più chiassosa arriva da una stradina laterale per sparire dentro la stazione, una coppia di giovani fidanziati che discutono animatamente,
lei non vuole che lui parta, ha paura che la lasci nonostante le sue continue raccomandazioni, appena giunge in direzione della panchina dove lui è seduto lascia cadere un giornale piegato e stropiciato; lui non capisce perchè non l’ha buttato nel cestino, magari l’ha fatto a posta per consentirgli di leggerlo. Lo apre, lo sfoglia distrattamente e velocemente, fra le consuete notizie di cronaca, i continui allarmismi sulla sicurezza che infestano i mass media. Nella pagina culturale la notizia della morte del chitarrista degli Eagles. … “pensa un po’ come funziona la memoria”, dice tra se. Si ricorda quando da ragazzo aveva atteso l’uscita del disco in vinile Hotel California. L’aveva prenotato nel negozio del capoluogo, atteso l’arrivo per due settimane. Diede l’incarico al noleggiatore che si recava quotidianamente in città e parcheggiava nella piazza vicina al negozio di dischi dove scendevano i passeggeri che avrebbe ripreso in tarda mattinata dopo aver svolto i vari incarichi e commissioni. Dopo pranzo il L.P. era nelle sue mani, con tutta calma aveva tolto il cellophane che ricopriva la copertina, estratto il vinile e messo subito nel piatto. Tutto perfetto, emozionante. Non stava nella pelle. La seconda traccia, New Kid in Town, però, saltava, dannazione!, proprio nella strofa dove canta “…johnny-come-lately, the new kid in town,everybody loves you, so don’t let them down …” . Lui he era un precisino, che detestava i graffietti sul disco figuriamoci il solco, con una calma olimpionica tolse il disco dal piatto giurando di correre in città e farla pagare al negoziante truffaldino, era su tutte le furie. Ripresosi dall’ira pensò che il negoziante non l’avrebbe sostituito con una copia senza difetti, già, il L.P. era incellofanato. Facendo di necessità virtù pose una monetina da 10 lire sopra il bracetto della testina e si gustò il disco per tutta la giornata. Quel disco dopo innumerevoli ascolti fu messo da parte insieme a tanti altri ricchi di graffi per l’usura. Ricorda, ora, che l’avrebbe venduto insieme ad altri tanti anni dopo per recuperare qualche banconota, servivano dei contanti per pagare la pigione della stanza, anche questi erano ricordi poco piacevoli che aveva cercato invano di cancellare. I ricordi non ti lasciano, vengono solo accantonati, lasciati in pace, sono loro che ti chiamano e ti assalgono quando meno te l’aspetti. I ricordi, anche i peggiori, servono per darti la certezza che i fatti sono accaduti e che, in un modo o nell’altro, anche se ti hanno lasciato un segno, hai superato le difficoltà, o che hai cambiato pagina. anche perchè a cosa servirebbero se non come monito, almeno quelli negativi. Ed ora col suo bagaglio di ricordi è lì, nella panchina, in attesa della partenza che si avvicina inesorabilmente. Per affrontare un altro viaggio. Non sa cosa lo aspetta. Sa che è necessario. Ha cercato per anni quel qualcosa che gli avrebbe consentito una vita migliore. Al bivio delle due scelte aveva scelto sempre, a suo dire, l’opzione peggiore. Stavolta, forse, no. Almeno, stavolta, aveva deciso che qualsiasi cosa sarebbe stato il meglio.

«Gli uomini», disse il piccolo principe,«si imbucano nei rapidi, ma non sanno più che cosa cercano. Allora si agitano, e girano intorno a se stessi…» (Il Piccolo Principe – Antoine De Saint Exupery)

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07 Ott 2010

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Vita quotidiana a Mas-Oneh’ Branhu

Dalla finestra della stanza, rivolta a sud est, con gli sportelli in legno, filtrano immagini a lui care. Un pezzo del pergolato da cui si intravvedono, penzolanti, grappoli di uva nera, maturi, pronti per essere colti. Certo questa non è stata una buona annata, sono bastate poche gocce d’acqua di un pomeriggio ferragostano a rovinare l’uva. Le immagini, dalla finestra, non arrivano ancora nitide, poiché sono ancora i primi momenti dell’alba. Bastava uscire, mettere proprio li sotto una scala a libro ed avrebbe agevolmente assaporato il gusto di quell’uva di cui, fin da bambino, andava ghiotto. Ma non lo fece, approfittò ancora di quel silenzio, almeno apparente, per ricordare i momenti belli, felici, a volte festanti, in compagnia dei suoi cari. Ricordare i giorni estivi mentre si recava col padre in campagna, verso l’ovile, dove si trovava il gregge. Accudire il bestiame rinchiuso in un piccolo tancato e tutte le altre operazioni consuete, abituali, che seguono il ciclo biologico delle pecore, delle loro abitudini. Ricordava il sonno durante tutto il viaggio dalla casa di Mas-Oneh’ Branhu, in prossimità della figura antropomorfa di pietra, sonno che lo intorpidiva e talvolta gli faceva mettere il piede in fallo, con grande ilarità del padre che lo riprendeva amorevolmente, fino all’ovile , un torpore che scompariva all’ingresso del cortile perimetrale della casa, con a fianco la stalla. Una costruzione colorata con calce, bianca, con il tetto ricoperto di tegole cotte nel forno di Mastru Antoni, il miglior artigiano di Mas-Oneh’ Branhu. Ricorda che, allora, preferiva stare a letto, come facevano i suoi coetanei, ma poi, dopo lo spuntare del sole, dimenticava tutto e si immergeva contento nella natura, come un agnellino curioso del mondo circostante, cuntentu che anzoneddu. Al ritorno pensava, passo dopo passo con la fatica su tutto il corpo, al momento in cui sarebbe tornato a casa per raccontare alla madre cosa era accaduto durante la giornata. Certo le giornate non erano sempre rilassanti, accadeva di doversi occupare in faccende faticose, ma tutto era messo in conto perché al rientro si sarebbe riposato, steso sul suo lettino in compagnia della radio a transistors che gracchiava. Accadeva di sintonizzarsi sulle radio che allora si definivano “libere”. Certo i movimenti musicali cosiddetti alternativi erano al loro apice. Lui immagazzinava a memoria nomi gruppi testi “stranieri” un po’ pasticciati, anche perché gli importava la melodia e non il significato. Solo più tardi, da grande, ne avrebbe compreso il senso, il significato, direttamente da quei luoghi dove era dovuto partire, inizialmente come lavapiatti, da un compare dello zio che gestiva un ristorante in una città portuale britannica, che più tardi, alcuni mesi dopo, lasciò per lavorare in un’impresa edile.
In autunno riaprivano le scuole e lui doveva diradare le presenze in campagna perché, così gli diceva il padre, “devi studiare, prenderti un titolo, ma sopratutto non fare questa vita, piena di sacrifici e avara di guadagni, praticamente nelle mani delle industrie casearie che impongono il prezzo e spesso tardano a pagare, e poco”.
Dal piovoso britannico nord dove si era trasferito da anni, dopo i primi fallimenti all’università, sentiva di rado i suoi. Nei discorsi, oltre i convenevoli e le notizie su parenti e compaesani venuti a mancare, qualcosa sulla loro salute, si parlava anche della vita in campagna, ma anche della impossibilità di tirare avanti soprattutto dopo gli accordi europei su quote latte, mungitrici da installare e quant’altro che avevano prodotto solo debiti e cambiali da saldare a cadenze fisse. Raramente tornava dai suoi, ma tornava. Non accettava l’idea di dover tagliare, recidere, le proprie radici. In troppi l’avevano fatto. Rammenta che, da bambino, chi parlava “in sardu” era oggetto di scherno, di risa. Roba da provinciali. Preferivano parlare la lingua dei Savoia (zenia de porcos!). Oggi è quasi di moda recuperare tutto ciò che è “antico”, ancestrale, folklorico. Ma è un’altra cosa. Le tue origini te le senti dentro, in sa vena prus profunda, non te lo puoi imporre. E’ l’essenza di te stesso. Gai si ch’est andau tenende in conca semper presente dae ube benis e de chie ses.
E’ tornato anche stavolta,  “… che erbeghe a cuile, che abe a su moju, che puzone a su nidu…”, dopo mesi di nebbia e maltempo, che ti penetrano nelle ossa. In rete aveva seguito le notizie di un gruppo di allevatori che, giorno dopo giorno, conquistavano le prime pagine dei giornali. Roba da non credere, i pastori terribilmente, inguaribilmente individualisti, si aggregano per … protestare.
Ora è giorno, di fronte si vede, nitido, il contorno della figura antropomorfa, vicino all’esedra. Si alza, si infila le scarpe, sos cosinzos, i pantaloni di velluto nero, una maglietta polo nera. Gli pare di tornare ragazzino. Anzi, pensa, è ancora ragazzo, ciò che è accaduto est unu bisu, non si è mai staccato da quei luoghi, ciò che ha appena pensato, visto, sognato, appartiene, forse ad un altro lui. Anzi è proprio la storia di un altro, di tanti altri che sono dovuti andare via. Lui invece è rimasto, saldo, solido, alle sue radici. In mezzo alla furia iconoclasta che inghiotte ciò che non è al passo coi tempi. E’ rimasto e non ha mai comprato una mungitrice, non si è piegato, prostrato, ai voleri degli industriali del latte. No. Altri l’hanno fatto seguendo le sirene del modernismo. Oggi, questi, sono indebitati fino al collo, stritolati da normative imposte dall’oltralpe.
Intanto è chino a mungere le sue pecore. Domani, forse, andrà a protestare con gli altri. Domani. Ora si gusta questa particella di spazio.

 

“Ogni particella di spazio è eterno, ogni indivisibile momento di durata è dappertutto”(Newton)

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/01/19/vita_quotidiana_1729196-shtml/

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/02/09/vita_quotidiana_2_1729225-shtml/

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/02/23/vita_quotidiana_3_1729242-shtml/
 

 quadro di Ida Krot

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27 Apr 2006

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27 aprile 1937: moriva A. Gramsci

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Terminato il periodo di libertà condizionale, Gramsci riacquista la piena libertà, ma è in clinica oramai morente. Muore per emorragia cerebrale il 27 aprile 1937 . Il giorno seguente si svolgono i funerali. Le sue ceneri sono inumate al cimitero del Verano a Roma e trasferite dopo la liberazione al cimitero degli inglesi.

INDIFFERENTI
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani” (1). Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
“La Città futura”, pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80.

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04 Mag 2005

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Viaggiatore solitario!?

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Apustis de totu custa masioni, e atrus contus, fui arribau a su puntu chi tenia abbisongiu de abarrai pagu pagu a sollu propriu po frimai su marchingenniu de “pentzai” e de “gosai” chi ddi nant “fida”, tenia abbisongiu de m’istrumpai in s’ebra e castiai is nuis.

(Dopo tutto sto casino, e via dicendo, arrivai al punto che avevo bisogno di un po di solitudine proprio per fermare il meccanismo di “pensare” e di “godere” che chiamano “vita”, avevo bisogno di stendermi sull’erba e guardare le nuvole.)

Proprio così per dirla con le parole di Jack Kerouac, tratte da “Viaggiatore solitario”. Mi ci ritrovo in pieno. Tanto fai, ti sbatti, corri da una parte all’altra, ramingo nei meandri della mortale trappola del “lavorare per produrre-consumare-crepare”, tra un contratto p.t. e l’altro, tra una transumanza del gregge ed una corsa raminga nel web (in s’arretza), che non riesci a goderti quei pochi euro guadagnati (francus nous). Così pensavo sdraiato, in cima alla collina, la stessa che da ragazzino conquistavo quotidianamente, dopo un paio d’ore di camminata alla ricerca fra i cespugli di asparagi (su sparau). Oggi come allora, raccogliere asparagi non per una semplice atavica ricerca di cibo, ma ricercare da solo per trovare, da solo, quello che sei, ma che eri. Io, spalle a terra, occhi al cielo, il giorno che cominciava a morire e, poco lontano, il mio luogo natio. Sdraiato con la memoria rivolta a quegli anni (a piccioccheddu mi torru), stanco, ma in procinto di riposare la mente e gli arti.
A casa, più tardi, frittata con uova sbattute e asparagi, un bicchiere di vino, e musica … dell’immancabile Fresu.
Alla salute.

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19 Apr 2005

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25 aprile: dieci giorni di festa per la Liberazione

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Ho ricevuto l’e-mail (sa literedda) con il calendario della 10 giorni in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione.
Data che non è, e non deve essere, un mero appuntamento da calendario ma un pilastro fondante della Nostra Memoria. In questo passaggio critico della nostra Repubblica messa in discussione da un serio e minaccioso fuoco di fila della “revisione”, che purtroppo solletica anche alcune parti della sinistra (basta ricordare l’assimilazione dei ragazzi repubblichini con i ragazzi partigiani da parte di Violante, che avrà come risultato mostruoso di concedere la pensione anche ai criminali della X mas), è meglio tenere sempre viva la memoria e i caratteri, ripeto, fondanti della nostra Repubblica nata dalla Lotta Partigiana. Si vorrebbe riscrivere i libri di scuola, si vorrebbe assimilare le (pur deprecabili) foibe agli eccidi e massacri dei nazifascisti, si vorrebbe assimilare la svastica col falceemartello come simboli di morte. Troppo spesso ci si dimentica che furono i portatori della bandiera rossa ad entrare per primi ad Auschwitz e non (come ci ha fatto credere Benigni ne “La vita è bella” alla fine del film) gli americani. Oggi si vuole fomentare e giocare ad alimentare equivoci con montagne di menzogne.
Perciò a 60 anni dalla Liberazione è giusto essere nelle manifestazioni per ricordare, per non dimenticare i tantissimi morti che oggi ci permettono di esprimere liberamente il nostro pensiero.

PROGRAMMA DEL 25 APRILE 2005 – CAGLIARI

In occasione del sessantesimo anniversario della festa della liberazione, il Comitato 25 aprile promuove dieci giorni di iniziative per approfondire e ricordare i valori della libertà e della resistenza.
Tutte le iniziative sono aperte e gratuite, e tutti, in particolar modo i più giovani, sono invitati a partecipare.

LUNEDÌ 18 APRILE

ORE 16.00 APERTURA DELLA MOSTRA FOTOGRAFICA
“Mostra fotografica dell’Unione Autonoma Partigiani Sardi”
Le immagini di sessant’anni fa raccontano gli orrori dei campi di concentramento nazisti
Cine Teatro Nanni Loy,
via Trentino, presso il centro culturale Mensana
Mostra aperta fino al 23 aprile, h 9.00-13.00 16.00-20.00

ORE 17.OO TAVOLA ROTONDA
“Antifascismo e Costituzione”
Partecipano i docenti di Storia Claudio Natoli e Simone Sechi e i costituzionalisti Benedetto Ballero e Pietro Ciarlo.
Coordina Eugenio Orrù, direttore dell’Istituto Gramsci della Sardegna.
Cine Teatro Nanni Loy,
via Trentino, presso il centro culturale Mensana

MARTEDÌ 19 APRILE

DURANTE IL POMERIGGIO APERTURA DELLA MOSTRA D’ARTI VISIVE
“25 aprile 1945 25 aprile 2005: Artisti per la Resistenza”
“… Triste, dentro di me, per l’enorme delusione che sentivo giungere su tutti coloro che credevano, che avevano creduto. E pensavo in particolare ad alcuni miei alunni che erano morti come partigiani. Pensavo a quei giovani che avevano dato la vita per una nuova storia, la quale invece veniva rinnegata e respinta un’altra volta…”
Mario Ciusa Romagna
Questa mostra non ha assolutamente una valenza di retorica celebrativa, anzi.
Vuole soltanto essere – e coi tempi che corrono non è poco – un segno forte della volontà degli artisti di ribadire la loro piena adesione ai valori che storicamente si collegano alla ricorrenza del 25 aprile. E dire di no al revisionismo sempre più spudorato e dilagante e al tentativo antidemocratico di stravolgere la Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza.
Annamaria Janin

Con la partecipazione delle opere di cinquanta artisti sardi:
ANNALISA ACHENZA, GIANNI ATZENI, ALESSANDRO BIGGIO, GIUSEPPE BOSICH, GIANNI BROI, GAETANO BRUNDU, MARIA CABONI, ZAZA CALZIA, ANNAMARIA CARACCIOLO, GIOVANNI CARTA, TONINO CASULA, ALDO CONTINI, SALVATORE CORADDUZZA, MAURO COSSU, ROSANNA D’ALESSANDRO, ATTILIO DELLA MARIA, CHIARA DEMELIO, ANTONELLO DESSI, PAOLA DESSY, NINO DORE, SALVATORE ESPOSITO, GIULIANA FANELLI, SALVATORE FARCI, MARTA FONTANA, GINO FROGHERI, PETRONILLA IDILI, MARIA LAI, CATERINA LAI, ANGELO LIBERATI, GABRIELLA LOCCI, DIONIGI LOSENGO, MONICA LUGAS, ADELAIDE LUSSU, MARINA MADEDDU, LUIGI MAZZARELLI, ITALO MEDDA, MARISA MURA, EFISIO NIOLU, MARIA GRAZIA OPPO, FLAVIANO ORTU, ANTONELLO OTTONELLO, PRIMO PANTOLI, IGINO PANZINO, GIUSEPPE PETTINAU, ANNAMARIA PILLOSU, GIANFRANCO PINTUS, PAOLA PORCEDDA, ROSANNA ROSSI, PIA RUGGIU, JOSEPHINE SASSU, VIRGINIA SIDDI, MARIA SPISSU NILSON, GEMMA TARDINI, UGO UGO, RAFFAELLO UGO, GIORGIO URGEGHE, ITALO UTZERI, PIA VALENTINIS, BEPPE VARGIU.
Palazzo del Consiglio Regionale della Sardegna,
Via Roma n° 25
Mostra aperta fino al 27 aprile, h 9.00-13.00 16.00-20.00

MERCOLEDÌ 20 APRILE

ORE 09.00 CONFERENZA
“Tra Resistenza e Costituzione”
Con la partecipazione di Dario Porcheddu, presidente dell’Unione Autonoma Partigiani Sardi, Gianmario Demuro, docente di Diritto Costituzionale della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Cagliari, Francesco Matzeu, docente di Storia del Liceo Pacinotti.
Aula Magna del Liceo Scientifico A. Pacinotti,
Via Liguria

ORE 17.OO INCONTRO DIBATTITO
“25 aprile 1945 25 aprile 2005: Artisti per la Resistenza”
Partecipano gli artisti che hanno contribuito alla realizzazione della Mostra.
Intervengono i critici d’Arte Mario Ciusa Romagna, Anna Maria Janin
Cine Teatro Nanni Loy,
via Trentino, presso il centro culturale Mensana

GIOVEDÌ 21 APRILE

ORE 21.00 SPETTACOLO TEATRALE
“La Bella Gioventù”
Dalla compagnia Cada Die Teatro, due racconti sugli anni ’40, la caduta del fascismo, la seconda guerra mondiale, il ritorno alla libertà.
“Famiglia Puddu”, di e con Pierpaolo Piludu.
La guerra vista attraverso gli occhi di un bambino. Un bimbo down che ha la sfortuna di avere un padre estremamente ignorante e non certo un ?campione di sensibilità?. Paradossalmente, sarà grazie alla guerra, agli allarmi che dal 1943 incominciarono a risuonare in tutti i quartieri di Cagliari, che il bambino potrà uscire per la prima volta dalla sua casa-prigione, correre felice per le strade del quartiere di Villanova sino al rifugio del Terrapieno e conoscere un mondo che sino ad allora gli era stato tenuto nascosto.
“Tzia Teresa”, di e con Alessandro Mascia.
Questo lavoro è nato da uno studio sugli anni ’40, la guerra, il periodo della Resis tenza in Italia. Inizialmente il mio intento era di scrivere una storia su un personaggio reale, Leandro Corona, un ragazzo di Villamassargia, arrestato e fucilato nel 1943 come disertore.Ho deciso di fare un viaggio insieme a Leandro, ricostruendone gli ultimi mesi, attraverso un personaggio totalmente inventato: un’ipotetica fidanzata, Teresa, che viaggerà per tutta l’Italia per poter ritrovare il suo Leandro Corona.
Iniziai a scrivere, a raccontare, e più la storia si formalizzava, più capivo di aver fatto bene. Ecco dunque la storia di Tzia Teresa, la storia di una donna.
Tzia Teresa, oramai settantenne, ricorda durante un malore, tutta la sua vita, il suo primo incontro con Leandro, le feste e l’amore, la paura e la guerra, il suo viaggio per ritrovare il suo ragazzo arrestato. Tutto questo attraverso momenti di canto, di poesia in sardo, di puro racconto evocativo.
Cine Teatro Nanni Loy,
via Trentino, presso il centro culturale Mensana
lo stesso spettacolo sar à rappresentato nelle giornate del 21-22-23 aprile alle ore 11,00 presso il Teatro della Vetreria a Pirri

VENERDÌ 22 APRILE

ORE 20.00 PROIEZIONE VIDEO E DIBATTITO
“25 aprile, oggi”
In collaborazione con la Cineteca Sarda della Società Umanitaria presentazione e proiezione video filmati e dibattito
Cine Teatro Nanni Loy,
via Trentino, presso il centro culturale Mensana
Mostra aperta fino al 23 aprile, h 9.00-13.00 16.00-20.00
“Trapassatofuturo” (Associazione Notorius)
“Viva la Libertà!” (Circolo del Cinema Ejzenstein)
“Ora e Sempre Resistenza” (Laboratorio 28)
“Muro Liberato” (Emanuela Cau, Immagini Libere Gruppo Libero)
“Fumata Nera” (Marco Gallus, Immagini Libere
Gruppo Libero)
“Nostalgia canaglia” (Sergio Pira, Immagini Libere Gruppo Libero)
Cine Teatro Nanni Loy,
via Trentino, presso il centro culturale Mensana

SABATO 23 APRILE

ORE 16.00 SPETTACOLO TEATRALE
“Testimonianze sulla Resistenza”
In collaborazione con il Coordinamento Donne dello SPI CGIL di Cagliari
a seguire, alle 18
“Nonviolenza Adesso!”
Dell’Associazione Culturale THEANDRIC, “Nonviolenza Adesso!” è uno spettacolo corale dedicato alla nonviolenza come forza attiva capace di cambiare il mondo, in cui si percorrono i temi e le tappe della scelta nonviolenta.
I luoghi comuni sulla personalità violenta e nonviolenta sono al principio dell?indagine, vengono presentati poi i diversi gradi della violenza dal contesto micro, meso e macro sociale, con storie tratte dalla vita quotidiana e problemi globali come la fame e la guerra.
Cine Teatro Nanni Loy,
via Trentino, presso il centro culturale Mensana

DOMENICA 24 aprile aspettando la liberazione
festa a Villaputzu

info all’ indirizzo http://italy.indymedia.org/news/2005/04/773968.php

LUNEDÌ 25 APRILE

CORTEO PER LE VIE DELLA CITTÀ:
ORE 9.30 CONCENTRAMENTO IN PIAZZA GARIBALDI
(Via Sonnino, Viale Bonaria, Via Roma, Via Sassari).
Sosta al Parco delle Rimembranze per la commemorazione
dei Caduti e la deposizione di una corona. Arrivo in P.za del Carmine per gli interventi conclusivi.
A seguire:
?venticinque minuti di sana e robusta ricostituzione? Attori e Musicisti per la Resistenza,
a cura del Servizio Civile Internazionale

ORE 17.00 CONCERTO IN PIAZZA DEL CARMINE
STATE OF GRACE, DISORIENT EXPRESS, BOGHES DE BAGAMUNDOS, LA FLOTTA DEI SETTE, MR.MURRUNGIO, BALENTIA, CENTO FUOCHI, CHICHIMECA, VIRGO FISH, TORPEDO RUN
La Piazza sarà allestita con la Mostra Fotografica dell’Unione Autonoma dei Partigiani Sardi e con la collaborazione di diverse associazioni che operano nel campo del solidale e del volontariato, durante tutto il pomeriggio si alterneranno dj set sul palco.

MARTEDÌ 26 APRILE

ORE 17.00 PROIEZIONE E DIBATTITO CON
CARLO LIZZANI
“Achtung, Banditi!” (1951 di Carlo Lizzani)
Proiezione del film e dibattito alla presenza del Regista.
Circolo del Cinema Charlie Chaplin,
Via Leopardi N°3

MERCOLEDÌ 27 APRILE

ORE 17.00 CONVEGNO PUBBLICO
“La Costituzione Italiana: le ragioni per cui dobbiamo difenderla”
a cura del Comitato per la difesa della Costituzione.
Cine Teatro Nanni Loy,
via Trentino, presso il centro culturale Mensana

L’ingresso e la partecipazione a tutte le iniziative sono liberi.

COMITATO 25 APRILE

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10 Gen 2005

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E mi ritrovo quì.

Filed under On the road


E mi ritrovo qui (inoi m’agatu torra). Prima di quella curva. Dopo quel rudere del forno di calce (su forru ?e sa cracina).
Nel medesimo sentiero. Quello già raccontato. Col fascio sulle spalle. A rimuginare la mia esistenza (in pentzus), nel mio peregrinare girovago in transumanza continua. Un po? qui e un po? da un’altra parte (andendi e torrendi). Alla ricerca della memoria, che ritorna … a sprazzi. Che non ti lascia mai da solo, che ti viene a cercare bussando nei tuoi neuroni. Tu sei una parte infinitesimale di essa, essa domina te stesso. Non ti lascia perché sei funzionale ad essa. Non sei tu la “memoria”, ma è lei che cerca te. Immerso in questa vita “a metà”.
Una parte di te in un altro luogo-dimensione, ma presente fisicamente in questo luogo fisico. Assente nei due luoghi, presente a metà in entrambi, per scomparire riapparendo in questo non luogo internetiano. Assente e presente.
I miei piedi pesanti col fascio sulle spalle. Ancora a raccontare. A raccontare di me per raccontare di altri, di un popolo, in continua transumanza, più vivo che mai.
Dunque doppia assenza con due vite a metà. Che sommate non fanno una vita ma “due esistenze”, che ci raccontano e mi ricordano (Contendi torra).
Anche oggi, pensando a tutto ciò, penso alla provvisorietà delle cose nella loro caducità, transitorietà.
Certo sono stato io a decidere di transumare, ma sempre con l’opzione del ritorno; altri popoli no. Sono stati altri a decidere per loro, in modo violento autoritario e prevaricatore, a volte in nome di principi di cui si è persa l’origine, altre volte in nome di testi sacri, sviliti dalla violenza quotidiana e dall’arroganza dei vertici sordi ai richiami della pace.
Si! altri hanno deciso il destino di un popolo arrivando persino a minare la loro stessa storia cancellando la toponomastica, abbattendo case e sradicando ulivi, deportando giovani e vecchi, sempre in nome del primato di un popolo su un altro, acceccati dalla furia iconoclasta. Loro non posseggono l’opzione al “ritorno”, nei loro luoghi, impediti in modo autoritario nell’indifferenza planetaria.
Forse la civiltà che ha abitato questi luoghi (In domu nosta), i nostri luoghi, ha avuto, millenni fa, il medesimo destino (Ita at essiri s?alliberu nostu!). Forse dopo una cruenta battaglia, i vincitori hanno riscritto la storia, cancellando un popolo, forse scomodo, forse troppo diverso dagli altri, i dominatori di turno. E noi ne abbiamo perso i segni, parole, suoni, di quel popolo che alberga nei meandri della nostra memoria in modo indelebile ma celato; talvolta riaffiora. Oggi, credo, quei suoni e parole vibrano nelle nostre emozioni, a livello sottocutaneo della nostra corteccia celebrale, semplicemente, ma in modo forte riaffiorano. Non possiamo farci niente, ritornano e riaffermano la nostra identità… e noi pronti a catturarli.
… a livello istintuale!?!
… Dunque sto camminando in continua transumanza col fascio sulle spalle, di legna da ardere, di cui non ricordo più la sua immediata utilità.
Ad un tratto … la figura di un uomo. Un signore di mezza età, non ricordo il nome, ma so chi è, ha un gregge di pecore e alcuni maiali nei paraggi. Mi ricorda che domani ci sarà l’uccisione del maiale (sa bocimenta de su procu), nel suo ovile, mi chiede se ci sarò… !!! … non rispondo. Forse la risposta è implicita. Forse ci sarò, come tante altre volte, con i medesimi rituali e dinamiche, forse…

Ma questa è un’altra storia.

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09 Giu 2004

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Il tempo è dalla mia parte.

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Sono quì dentro, in su pinnetu, mi sto preparando a svolgere la quotidiana operazione. Fuori il sole riscalda. Il tempo piovoso sembra oramai alle spalle. Ho appena munto le pecore e raccolto il latte nelle brocche (sas marigas). Fra poco accenderò il fuoco. Tutto secondo i tempi e i modi che si ripetono immutati, così come faceva mio padre.
Mentre aspetto che il latte riscaldi nella caldaia (in su lapiolu), per poi passare alla quagliatura e, infine, alla preparazione delle forme, leggermente assonnato, leggo. Un libro di massime che mio cugino mi ha portato dal continente, l’altro giorno, s’atera die. Lui viene raramente quassù. Mi racconta dei ritmi frenetici della … vita moderna. Lo ascolto, ma non lo capisco. Dice “bisogna macinare più lavoro che puoi” , ancora “bisogna produrre, darsi da fare”. Non capisco. Produrre. Per chi? Per noi? Per chi. Ah, per l’economia! Non lo seguo più. Penso a tutta questa gente, nelle città indaffarati a produrre. Ma, mi dice, non per loro stessi. Dice per il “precipitato economico”. Boh! Mentre penso a queste cose, col crepitio delle fiamme, leggo: “L’uomo moderno pensa di perdere qualcosa – del tempo- quando non fa le cose in fretta; però non sa che fare del tempo che guadagna, tranne ammazzarlo (Eric fromm – L’arte di Amare).
Allora penso che il tempo è nostro, e che tanta gente non rallenta i “ritmi” e si ferma ad assaporare LA VITA.
Vi vedo indaffarati. Rallentate il ritmo, almeno per un giorno. Non sciupatelo.
Io, intanto, immergo le mani nel latte tiepido per raffermare le parti della caseina sul fondo, e canto una strofa di Peppino Mereu …“Deo no isco sos carabineris, in logu nostru proite bi suni, e no arrestant sos bancaruteris.”
E … il tempo è dalla mia parte.

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22 Apr 2004

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Nei sentieri della nostra memoria. 2

Filed under On the road


Entrare a Cagliari dall’asse mediano ti dà un’altra dimensione. Tanto più se tieni una media oraria intorno ai 60/80 km. Hai subito modo di capire dove ti trovi. Certo l’ingresso dal porto è più classico. Ma anche da quì si capiscono molte cose. Cagliari: il centro del potere e dei gangli dei poteri della cosiddetta Borghesia Comporadora isolana. Eh si perchè a Cagliari, da sempre, anche grazie alla sua posizione strategica nel Mediterraneo, si è stabilita l’èlite del “comando amministrativo” dell’isola. I figli e discendenti dei “potenti” e, talvolta dei “prepotenti”, passando indenni in mezzo a tutte le varie dominazioni. Centro amministrativo, centro di potere, centro di scambi commerciali, centro di decisioni (anche se troppo spesso filtrate dal governo centrale). Dicevo che entrare dall’asse mediano ti permette di ottenere un’ottica differente. Subito ti trovi in mezzo ai palazzi popolari del C.E.P. e … in un batter d’occhio, a sinistra, come un flash: lo stagno di Molentargius. Martedì mattina ci passavamo con la bard-mobile, io e mmarnademon, proprio in mezzo, i tergicristalli in azione, ancora un poco di pioggerellina, guardavamo, parlavamo, ci conoscevamo. Eravamo dove dovevamo essere. Da un lato Monte Urpinu (col suo splendido belvedere) dall’altro lo stagno. E commentavamo, la mia amica ricordava la sua infanzia e le rare volte che veniva a Cagliari, io a fare da Cicerone in mezzo al cemento metropolitano, entrambi con l’idea ben chiara in testa: andare a trovare il “phoenicopterus ruber” meglio conosciuto in limba come Sa Genti Arrubia. Sapere che, dopo vari tentativi andati a vuoto di nidificare in quella parte del mondo, i fenicotteri erano riusciti prepotentemente a stabilirsi con la dignità che meritavano, in barba a tutti gli gli studi ornitologici, e che si moltiplicavano a vista d’occhio ci inorgogliva. Tenacia e caparbietà, ma sopratuto concretezza, di questi volatili ci faceva capire che quella era l’inizio giusto e il sugello della nostra collaborazione. Scrivere, commentare, fotografare e parlare di loro, a pochi metri voleva dire scrivere e parlare di noi: popolo sardo sparso nel mondo, “disterraos”, emigrati, ma sempre con la memoria dell’appartenenza. Insieme in questo viaggio della memoria. Così dicevamo, io e mm., appena giunti lì a pochi passi da loro, con la fotocamera digitale pronta ad immortalare il loro volo, la loro dignità , il loro esistere con fierezza, che corrispondeva alla nostra continua esistenza e resistenza. E così ricordavamo il mio post di “Vita quotidiana” dove sottolineavo che “Il popolo sardo è ancora vivo. Resiste. Nonostante le dominazioni di turno, esistiamo ancora. Non ci avete cancellato. Il nostro è un popolo tenace …”. Noi guardavamo loro dentro lo stagno, nella brezza marina e le poche gocce di pioggia rarefatte; alle nostre spalle il Poetto. Poco dopo un cafè ai chioschi. Due passi nella batigia, negli spruzzi delle onde che si infrangevano a riva, vicino alla Sella del Diavolo (zona militare!). Pronti per continuare il viaggio, verso un’altra meta stabilita. Prima di uscire da Cagliari era d’obbligo, però, vederla dall’alto, da Monte Urpinu e dal colle Buoncamino. Poi subito subito fuori città.

Mentre scrivo mmarnademon ha già postato il secondo spicchio del suo racconto … in sardegnaamoremio.blog.tiscali.it , lo leggo e rileggo, insieme con la memoria di un popolo, per raccontare la nostra gente. Sa genti Arrubia.

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13 Mar 2004

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La carovana della pace

Filed under Primo piano


CAROVANA DELLA PACE SARDA 10-19 MARZO

Prosegue la carovana della pace sarda iniziata mercoledì 10 marzo a Decimomannu. Di seguito si pubblicano gli altri appuntamenti e i luoghi dove si svolgono sit-in e incontri con la popolazione e le amministrazioni locali. Inoltre il testo della petizione. In ogni località attraversata dalla carovana vengono piantati gli Alberi della pace.

Sabato 13 marzo – Atzara – Laconi.

Ore 10.30 Arrivo della carovana ad Atzara. Incontro con l?Amministrazione comunale e con le scolaresche nella sala consiliare.

Ore 17.00 La carovana giunge a Laconi. Saluto del Sindaco, anche a nome dell?Esecutivo regionale dell?ANCI. Nella sala consiliare si svolge un dibattito pubblico sul tema della pace con la presenza del Consiglio comunale.

Domenica 14 marzo – Capo Frasca Oristano.

Ore 10.30 Sit-in davanti al poligono militare di Capo Frasca (Arbus).

Ore 16.00 La carovana arriva ad Oristano. Assemblea delle associazioni e dei movimenti pacifisti e non violenti della Sardegna presso l?Hotel Isa.

Lunedì 15 marzo – Macomer Burgos.

Ore 10.30 Arrivo della carovana a Macomer, dove viene accolta dall?Amministrazione Comunale. Incontro con le scolaresche nella piazzetta Salmon.

Ore 15.00 La carovana si reca a Burgos per incontrare gli amministratori locali del Goceano ed esprimere sostegno e solidarietà al Sindaco di Burgos bersaglio di atti di violenza e attentati.

Martedì 16 marzo – Nuoro Mamoiada.

Ore 9.30 La carovana è accolta dalla popolazione al Quadrivio ed accompagnata per le vie principali della città da corteo che si concluder davanti alla Prefettura.

Ore 12.00 Arrivo della carovana a Mamoiada, dove incontra l?Amministrazione comunale.

Ore 17.00 Dibattito sui temi della pace presso la Biblioteca S.Satta.

Mercoledì 17 marzo – Sassari Porto Torres – Alghero Sennori.

Ore 9.00 Arrivo della carovana a Sassari. Incontri con gli studenti degli Istituti superiori. Passaggio in Piazza Castello, davanti alla Caserma della Brigata Sassari.

Ore 12.00 La carovana arriva a Porto Torres. Sit-in con raccolta di firme davanti ai cancelli del complesso Petrolchimico.

Ore 14.00 Pranzo comunitario all?aperto ad Alghero. Giochi dei bambini e raccolta di firme.

Ore 17.00 Arrivo a Sennori, dove la carovana incontra il Sindaco e le scolaresche. Il passaggio della carovana segna l?inizio di una quatto-giorni sui temi della pace e della solidarietà internazionale, organizzato dall?Amministrazione comunale

Giovedì 18 marzo Palau La Maddalena.

Ore 10.00 La carovana sbarca a La Maddalena dal traghetto proveniente da Palau per sostare nella piazza Garibaldi, dove vengono raccolte le firme in adesione alla petizione per il ritiro delle truppe italiane dall?Iraq.

Ore 18.00 Dibattito pubblico organizzato dall?Associazione Cocis WWF Gallura S.Teresa e Palau.

Venerdì 19 marzo Olbia.

Ore 10.00 La carovana arriva ad Olbia e incontra gli studenti delle scuole superiori presso il Liceo Artistico.

Ore 23.00 Imbarco della carovana sulla nave per Civitavecchia.

Per informazioni, adesioni, contributi andare sul sito web

http://italy.indymedia.org/news/2004/03/495062.php

20 MARZO ?GIORNATA MONDIALE CONTRO LA GUERRA?

KENE BASES PERUNA GHERRA!
KENTZ’ ‘E BASIS NISÇUNA GHERRA !
SENZA BASI NESSUNA GUERRA !
NO BASES NO WAR !
UN ANNO FA GLI ESERCITI ANGLOAMERICANI BOMBARDAVANO ED INVADEVANO L’IRAK ALLA RICERCA DI ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA.

Tutto ciò avvenne con la pretesa di voler portare la democrazia in Irak, violando qualsiasi norma di diritto internazionale, e in totale disaccordo con l’opinione pubblica mondiale che viceversa manifestava contro la guerra.
DOPO UN ANNO APPARE EVIDENTE QUELLO CHE ERA IL REALE SCOPO
DELL’INVASIONE IN IRAK: IL CONTROLLO DELLE BASI PETROLIFERE.
E oggi gli u.s.a. e i paesi occidentali sono già pronti a dividersi la torta del mega-business della ricostruzione, dopo aver distrutto un paese.
PER POTER FARE QUESTE GUERRE GLI U.S.A. HANNO BISOGNO DI ESERCITI E DI
BASI MILITARI SPARSE PER IL MONDO: BASI OPERATIVE E BASI PER ESERCITAZIONI.
La Sardegna ospita, suo malgrado, ben 2/3 del totale delle servitù militari dell’intero territorio italiano: ci sono basi per operazioni d’appoggio dei sottomarini u.s.a. a propulsione nucleare dotati di testate atomiche (La Maddalena), porti nucleari (Cagliari), depositi sotterranei NATO per carburanti e per armi (La Maddalena), enormi poligoni permanenti NATO per esercitazioni terra-aria-mare (Teulada), aeroporti NATO per l’addestramento al volo e le esercitazioni (Decimomannu), poligoni per esercitazioni di tiro a fuoco aria-terra e mare-terra (Capo Frasca), spazi aerei militarizzati (Gennargentu), serbatoi sotterranei di carburanti navali (Sella del Diavolo, Cagliari), depositi sotterranei di combustibili-avio (Monte Urpinu, collegato da una rete di oleodotti al molo di Levante e agli aeroporti militari di Elmas e Decimomannu), poligoni missilistici sperimentali e di addestramento con URANIO IMPOVERITO (Quirra – Perdasdefogu), e la lista potrebbe continuare ancora a lungo. Gran parte di questi spazi sono stati concessi agli u.s.a. e alla NATO in aperta violazione delle più elementari norme di sicurezza per la popolazione civile!
QUESTE BASI, FUNZIONALI ALLE GUERRE DI AGGRESSIONE U.S.A., IN SARDEGNA
LASCIANO POVERTÀ E MORTE.
Mentre amministratori e massmedia complici (gli stessi che negano spudoratamente che sia l’uranio a far morire di leucemia, che ci sia radioattività a La Maddalena) millantano di presunte ricadute economiche (il che significa qualche posto da impiegato civile e qualche impresa di pulizia)sui territori vicini alle basi militari, in Sardegna l’economia locale è bloccata dalla presenza delle basi, che rubano terra da coltivare, pascolo per gli allevamenti, mare ai pescatori, salute agli abitanti.
Nei comuni vicini alle basi dove quotidianamente gli eserciti
sperimentano la guerra, le popolazioni contano malattie e morti sospette in numero sempre più elevato.
NOI DICIAMO BASTA ALL’OCCUPAZIONE DELLA NOSTRA TERRA !
VOGLIAMO DECIDERE AUTONOMAMENTE IL NOSTRO FUTURO !
20 MARZO 2004:- GIORNATA MONDIALE CONTRO LA GUERRA CON MANIFESTAZIONI A CAGLIARI, SASSARI, NUORO, ORISTANO, E IN TUTTI I COMUNI SARDI CHE RIFIUTANO LA GUERRA E LE SERVITU’ MILITARI.

A CAGLIARI CONCERTO CONTRO LA GUERRA E LE BASI P.ZZA GARIBALDI LA SERA

Per informazioni, adesioni, contributi andare sul sito web

http://italy.indymedia.org/news/2004/03/493177.php.

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23 Feb 2004

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Vita Quotidiana_3

Filed under Senza categoria

Domattina torno in campagna, lassù, in mezzo ai monti. Ne ho abbastanza, “no nde potzo prus”, mi resta ancora la dignità. Legato, quà sopra, nella ciminiera, a trenta metri di altezza, già da due giorni e due notti, “incadenau”. Con altri cinque operai. Gli ultimi di questa fabbrica, ormai spettrale. Avevano già deciso da parecchio tempo il nostro licenziamento. Le multinazionali. Non sai più chi è il tuo padrone, o datore di lavoro come lo chiamano adesso, “no ischis chie est su mere”. Dopo vent’anni mi ritrovo al punto di partenza. In questa stessa piana all’età di 15 anni badavo al gregge, “pastoreddu”, per conto di un ricco possidente, servo pastore, “tzeracu”. La paga? “una pariga de cosinzos”, un paio di scarponi; 10 forme di formaggio, “deghe pischeddas de casu”, un quintale di grano, ” tres mojos de tridicu”, 20 pecore, “binti pecos de erbeghe”. Il vitto e l’alloggio? già … mangiare e dormire, o riposarsi. Provvedeva ogni domenica mattina Tziu Bainzu, fiduciario del padrone, “de su mere”, sette pani, ” sette pizos de pane carasau”, formaggio, legumi, lardo; delle volte un dolce. Per il riposo, o riparo, mi avevano dato un sacco incerato, “su saccu ‘e monte”, da mettere in testa al centro del telo e trattenuto ai lati all’altezza delle spalle. Se poi la pioggia era battente, mi riparavo dentro una siepe di lentischio, “intro una tuppa ‘e chessa”. Tutti i giorni da solo, solo come una bestia, “solu che fera”. A pascolare le pecore in compagnia di un cane vecchio e malato. Sempre attento a che le pecore non sconfinassero, per non incorrere nella denuncia per pascolo abusivo, “allacanande”. Per due anni questa vita. Rientravo in paese solo la mattina delle feste più importanti, a piedi per chilometri. Mi dava il cambio mio fratello, che aveva un anno in meno di me. Per due anni questa vita. Poi, dopo il militare, sono emigrato “in continente”. Con la speranza di tornare, presto. L’anno dopo sono tornato in ferie, d’estate. Alla festa di “Santu Cosomo” ho conosciuto Maria Anzelica, lavorava come domestica a Nuoro, “accordà”. Ci siamo fidanzati, “isposos in craru”. L’estate successiva ci siamo sposati e siamo partiti insieme. Facevamo i turni in fabbrica, io in una industria chimica, lei in un una fabbrica tessile. Quando tornavo a casa, dopo il lavoro, lei era già uscita per lavorare. Solo raramente i nostri turni coincidevano. “No nos atopabamus belle mai”. Tutt’e due al nord in una fredda e nebbiosa città. Nella nostra testa il ricordo del sole, dell’aria limpida, del mare. Per anni questa vita. Finalmente tornammo, col miraggio della stabilità in casa nostra, chiamato da una ditta esterna ad una fabbrica chimica, nella piana del Tirso, vicino al nostro paese, con nostro figlio già grande e diplomato. Avevano bisogno di operai specializzati, dicevano, io avevo tutti i requisiti. Non mi avevano parlato della crisi e dell’imminente chiusura, se non avessero ottenuto altri denari dalla Regione.
Domani torno in campagna. “Cras torro a su sartu”. C’è mio cugino che mi aspetta. Ha bisogno di una mano. Lui è tornato, dall’estero, da qualche anno. “Si ch’est torrau dae indedda”. Poveretto, non fa che parlare di un suo amico schiacciato dalla pressa; pensate, non si ricorda più il nome dell’amico. “No ischit pius comente si mutidi”.
Domani comincia una nuova vita, fra i monti, fino alla pensione. Il mare di fronte e la brezza leggera. La stessa che soffiava in faccia ai nostri avi. “Su matessi bentu”.
“Cras torro a su sartu”.

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